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La forza e la cedevolezza

November 10, 2016

 

La pratica delle arti marziali coinvolge diverse qualita’ fisiche: coordinazione, velocita’, forza, mobilita’ articolare.  In particolare, all’uso della forza  e’ associata in misura variabile a seconda della specifica disciplina, un’ulteriore capacita’: la cedevolezza.

 

In Estremo Oriente, l’importanza della cedevolezza e’ stata considerata fin da tempi antichi. In particolare, nel Giappone medievale si defini’ il principio della “cedevolezza che vince la forza” (ju yoku go o seisu), probabilmente sulla base del piu’ antico concetto taoistico di “yin e yang”, secondo il quale la realta’ e’ in continua trasformazione e, ancor di piu’, ogni cosa ha in se’ il germe del suo opposto nel quale e’ destinata a trasformarsi.

 

Il Tao Te Ching (testo di riferimento del Taoismo scritto da Lao Tze tra il IV/III secolo a.c.) recita:

“...Ciò che vuoi contrarre devi prima espandere, ciò che vuoi indebolire devi prima rafforzare, ciò che vuoi abbattere devi prima esaltare, a ciò da cui vuoi prendere devi prima dare. Questo si chiama ”visione sottile”. Il morbido e il debole sopraffanno il duro e il forte...”.

Il Tao esprime, anzitutto, un generico principio esistenziale e l’applicazione di questo concetto ad ambiti quotidiani (o “fisici”) rientra nella prerogativa della cultura orientale di considerare ed implementare una visione unica dell’esistenza e delle esperienze ad essa associate.

 

Ma cos’e’, in pratica, la cedevolezza?  Nell’arte marziale, questo principio si identifica con la capacita’ di utilizzare la “forza” del nostro avversario come parte della nostra strategia di difesa, prima di far seguire la nostra azione offensiva.

L’uso della cedevolezza si traduce, nel suo significato piu’ puro, in azioni di elusione dell’attacco avversario seguite da sole tecniche di sbilanciamento: un gancio viene eluso (ossia schivato), intercettato (e non parato) e la traiettoria offensiva del braccio usata per effettuare una tecnica di proiezione. Discipline come judo e aikido lavorano esattamente su questa possibilita’ applicativa.

 

E’ da osservare, tuttavia, come anche un’azione totalmente “cedevole” comporti nella sua dinamica l’uso della forza (ossia il germe dell’opposto): l’intercettazione del braccio usata per sbilanciare l’avversario ed effettuare la proiezione e’, infatti, un’azione “attiva” nei confronti dell’avversario che richiede un uso mirato della propria forza. Questo e’ ancor piu’ vero in discipline in cui la fase difensiva non e’ solo legata ad una pura elusione ma implica l’anticipo o il blocco dell’attacco  e un contrattacco che favorisca l’esecuzione della tecnica di sbilanciamento ed il controllo finale dell’avversario (ad es. con una percussione preventiva o una parata, tipicamente seguita da una tecnica di percussione e da una proiezione).

E’ il caso del ju-jitsu e, per certi versi,  del kung fu dove si uniscono tecniche di pura difesa a tecniche di contrattacco, proponendosi di affrontare nel combattimento reale, anche quelle situazioni in cui non si riesca ad applicare in maniera “pura” il principio del “ju”.

 

“Ju-jitsu” (o arte/pratica della cedevolezza) e’ una denominazione relativamente moderna, coniata per indicare le tecniche di combattimento a  mano nuda codificate dalle diverse  scuole Giapponesi, gia’ prima del XVI secolo. Volendo speculare sulle denominazioni possiamo considerare che l’applicazione del “ju” perseguita nel ju-jitsu e’ fondamentale, ma non esclusiva come nel “ju-do” (via della cedevolezza). Ecco, quindi, che nel “jitsu”, studiamo come anticipare un attacco dell’avversario, ad esempio colpendolo sui punti di pressione, a contrattaccare favorendone lo squilibrio e ad eseguire, infine, la tecnica di sbilanciamento che lavori sul “ju”, ossia che sfrutti il movimento dell’avversario precedentemente indotto.

Forza e cedevolezza sono, quindi,  qualita’ complementari e la loro padronanza rappresenta un obiettivo fondamentale per il praticante di arti marziali. Nel ju-jitsu, in particolare, il praticante persegue una dinamica di movimento che consenta di usare la forza dell’avversario (cedevolezza) e la propria forza nel modo piu’ efficiente a neutralizzare l’azione offensiva, ma  come nel concetto di “yin e yang” queste due qualita’ si concatenano e una si trasforma nell’altra. Da qui la necessita’ di studiare non solo tecniche di puro “ju” ma anche tecniche di anticipo, contrasto  e contrattacco.

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