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Hagakure - il libro dei samurai

April 11, 2017

Hagakure, più correttamente Hagakure Kikigaki (葉隠聞書) sta per "pensieri all'ombra delle foglie" oppure "pensieri nascosti dalle foglie".

L’opera è composta da undici volumi dei quali solo il primo ed il secondo contengono i precetti veri e propri, mentre negli altri si parla delle gesta del daimyō e dei samurai appartenenti al feudo di Saga e ad altri.

Derivante dall’unione di 葉 – ha, “foglia”– e 隠れ – kakure, nominalizzazione del verbo 隠れるkakureru “nascondersi”– il termine “Hagakure” è stato tradotto come “nascosto tra le foglie”.

 

L'opera trasmette l'antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi dai quali emerge lo spirito deontologico del servitore/guerriero. Di fatto è la trascrizione di pensieri, precetti e massime del samurai Jōchō Yamamoto, operata da un suo discepolo. Jōchō visse a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo e dopo la morte del suo signore (il daimyō del feudo di Saga - Saga Han), per fedeltà il samurai avrebbe voluto compiere il Junshi (殉死) cioè il seguire la morte del proprio signore.

Invece, il successore al governo del feudo vietò tramite un severo editto che tali atti avessero luogo e Jōchō allora decise di allontanarsi dalla società, costruendosi una capanna di foglie ed intraprendendo una vita da eremita. durante la quale egli dettò i suoi insegnamenti.

 

Il tema principale del testo è la morte, o meglio "il vivere come se si fosse già morti", non come semplice estinzione della vita, piuttosto come senso psicologico dell'eliminazione dell'io. La morte e la follia, unite insieme nel termine “shinigurui” (da 死ぬ – shinu, “morire” - e 狂い – kurui, “folle”) esprimono la concezione che il guerriero deve giungere alla morte eroica liberandosi dall’individualismo e dalla ragione. Queste, imponendo prudenza e il perseguire gli interessi personali, lo condurrebbero ad una disonorevole preservazione della propria esistenza.

“Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte” e ancora “Per essere un perfetto samurai è necessario prepararsi alla morte da mane a sera, giorno dopo giorno” sono parti di una stessa massima tra le più note dello Hagakure. Ogni giorno il guerriero deve meditare sulla propria morte, su tutti i possibili modi con cui essa possa sopraggiungere; la costante e profonda meditazione fa sì che il samurai sia sempre in guardia, automaticamente pronto ad accoglierla quando verrà il momento, agendo con sangue freddo e fermezza di spirito.

Nessun timore, nessuna esitazione potranno distoglierlo dal suo obiettivo di morire perché il guerriero sarà già preparato ad affrontare le circostanze nel modo più consono alla sua posizione e a ciò che è giusto fare; egli si è ormai liberato da quell’individualismo generato dal raziocinio, giungendo alla più assoluta imperturbabilità che sola può condurlo alla risoluzione istintiva, senza alcuna mediazione dell’intelletto che porterebbe ad agire erroneamente. Non stupisce quindi come, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, lo Hagakure sia divenuto il breviario, il vademecum del kamikaze. Doveva ispirare al combattente suicida quella ricerca e quel culto della morte finalizzati all’onore e all’impresa eroica, doveva trasformarlo in un moderno samurai. L’antico guerriero giapponese imparava a “considerare la vita più leggera di una piuma” e a sottomettere ogni desiderio, anche quello innato della sopravvivenza, a ciò che era giusto fare.

La morte, costantemente meditata e preparata con estrema cura, diveniva un deliberato atto di volontà, stendardo di onore per l’animo nobile che si trovasse senza alcuna via di scampo a cadere sconfitto nelle mani del nemico. Si legge nello Hagakure: “Un samurai che non sia pronto a morire in qualsiasi momento morrà, inevitabilmente, di morte ignominiosa. Invece il samurai che vive la sua vita in costante preparazione alla morte, come potrebbe mai comportarsi in modo indegno?” E ancora “Non si possono compiere imprese egregie con una forma mentis normale. Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte”.

Il suicidio diviene, a questo punto, il rifiuto di riconoscere e sottomettersi alla supremazia del vincitore, cosa questa che getterebbe il disonore sul guerriero, sulla sua famiglia ed il suo signore. Se considerato sotto questa luce, il suicidio appare quindi lontano dal rappresentare una comoda e vile scappatoia. Si rivela un atto di pura volontà: la volontà di rifiutare la vita e morire liberamente. Cadere in battaglia o commettere suicidio se si sopravvive è ugualmente onorevole. La forma tradizionale del suicidio, il seppuku, rappresenta poi la suprema espressione del libero arbitrio umano, finalizzato a preservare il proprio onore, da sempre principio motore ed ispiratore nella civiltà giapponese.

 

Lo Hagakure non è semplicemente un manuale per suicidi, in quanto fornisce anche massime morali e consigli di ordine pratico sull’atteggiamento più consono che un samurai deve assumere in diverse circostanze. Non è soltanto, quindi, un libro solo sulla morte, ma una riflessione sulla vita; ne è eloquente esempio la massima “La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno facendo solo ciò che dispiace è follia”.

Sembrerebbe quindi una contraddizione in termini, ma il vero significato è apprezzare a fondo anche le cose più semplici della vita proprio perché è necessario essere pronti a rinunciarvi all’istante, morendo onorevolmente quando il codice del samurai lo richiede. Vita e morte appaiono quindi come due facce della stessa medaglia.

Nello Hagakure emerge spesso un’accesa critica da parte di Jōchō ai mutamenti e alla degenerazione del Giappone dell’epoca. I temi frequenti riguardano l’eccessiva attenzione all’estetica, il gusto per il lusso e la stravaganza, l’effeminarsi dell’uomo, la predilezione per la futilità, la perdita delle tradizioni e dei valori morali sostituiti dal materialismo e dall’ambizione economica. Tutti mali che cominciarono ad affliggere la società giapponese già dal XVIII secolo.

Per contro, il Il Bushido (武士道 la via o la morale del guerriero, il Bushi) è un codice di condotta molto più antico e un modo di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum. Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte. 

 

 

 

 

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